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ISOLE DI ORDINARIA FOLLIA – MARCO STEINER Postfazione: Antonio Dragonetto Fotografie : Gianni Berengo Gardin, Marco D’ Anna

9 Maggio 2019

Isola di San Servolo, Venezia, ci troviamo in quello che fu la sede di uno dei manicomi più longevi mai esistiti in Italia. Quarantuno anni dopo la chiusura definitiva, ad opera della nota legge Basaglia del 1978, gli autori vi si recano in cerca di verità non ancora restituite dal tempo. Trovano persone. Dalla realtà alienante, emerge l’unica vera assente in quel luogo per anni: l’umanità. Quella stessa umanità di cui il libro trasuda, grazie alle parole, al linguaggio letterario di Marco Steiner, che si abbandona a ciò che il luogo gli racconta fino ad immedesimarsi nei suoi ospiti. È così che nascono i figli di Niobe, mitica figlia del Re Tantalo. Anime perdute e ritrovate. Uomini e donne sacrificati da una psichiatria rudimentale. Un esercizio poetico. Di ascolto e narrazione al tempo stesso.

Il viaggio verso l’Isola, in compagnia di Marco Steiner e Antonio Dragonetto è un incognita. Quando arrivi, non sai ancora chi sarai lì. Cosa accadrà. Hai solo una vaga idea.

Lo intuisci dalle foto scattate 50 anni fa dal grande fotografo Gianni Berengo Gardin, ma non sai altro. Non hai visto niente. Non conosci nessuno. 

Sai che c’è stato un manicomio, che le persone, lì, non erano persone, bensì un’idea che si era formata su di loro e che arrivavano là per i motivi più differenti. Forse, l’unica ragione assente era la follia: quella vera. 

Quella gente non la capiva più nessuno; perché, d’un tratto, erano diventati diversi da tutti gli altri. L’unica soluzione era spedirli sull’Isola. “Il pericolo dev’essere controllato e isolato, si abbandona sulla nave dei folli, si rinchiude sull’isola dell’oblio oppure si pialla”. Isolarli. Isolare l’incomprensibile. Mettere una distanza tra noi e ciò non comprendiamo è salvifico.

Pian piano, girando l’Isola, conosciamo uno a uno, i quattordici figli di Niobe, mito e archetipo dell’umano vanto materno, che vigila su San Servolo. Ancor prima di essere statua, simbolo del dolore senza fine, Niobe è Madre orgogliosa di aver dato la vita alle “sue quattordici perle splendenti“ da indossare come una collana. Colei che accoglie e ospita nel vecchio manicomio chiunque vi arrivi fisicamente e leggendo il libro. Il suo dolore senza rassegnazione, scambiato per perdita di senno, è l’emblematico simbolo dell’equivoco che per anni saranno i manicomi come San Servolo. Luoghi in cui arrivavano passioni, dolori, pulsioni, turbamenti, scambiati per follia. 

Un equivoco, un’incapacità di leggere, come si deve, le emozioni che arrivano a scuotere e battere l’animo umano, così profondamente da piegarlo; tanto da allontanare il suo sguardo e guidarlo verso il vuoto. Un equivoco chiamato “follia”. 

Marco Steiner descrive bene, per ogni singolo figlio rinchiuso a San Servolo, il momento esatto in cui c’è stato l’equivoco. Ci svela l’essenza dei personaggi, facendone persone nel senso migliore del termine. Le libera dal loro essere diventati fenomeni, eccezioni alla regola e alla normalità. Una normalità che, qualche volta, è solo assuefazione. Ci spiega come, e perché, ognuna di quelle vite è arrivata al bivio dove una strada porta a se stessi, senza sconti, e l’altra a perdersi, confondendosi nel comune fluire. Scopriamo che i quattordici figli dimenticati e cancellati di Niobe, non si sono mai allontanati dalla ragione, si sono solo avvicinati pericolosamente alle emozioni, senza riserve.  

Per questo, il mondo non li ha riconosciuti più. Non è accaduto altro ai dimenticati di San Servolo, che rimanere con se stessi, e Steiner li dipinge in modo perfetto, restituendo loro spessore e umanità attraverso l’abilità letteraria, efficace e potente, di farli parlare in prima persona. Non c’è un io narrante, ma tante voci. Quelle che regala loro l’Autore, per avvicinarli a noi, introdurre il nostro dialogo, lasciandoci liberi di parlare loro. Di capire ciò che hanno bisogno di dirci. 

L’autore vince, così, l’incapacità di comunicare che li ha portati all’esclusione, all’auto-emarginazione, al rifiuto di una vita insoddisfacente, la ribellione a un destino che pare segnato, la mancanza di rassegnazione. Le strade che portano dritte all’Isola. 

Steiner regala, con la sua scrittura, l’antidoto all’incomprensione, svela la falla di un sistema psichiatrico acerbo, infarcito di morale, di paura, che non ascoltava, né permetteva alle persone di parlare, di raccontare se stesse, ad alta voce, per non perdersi, “immagini e parole si mescolano e vagano come un profumo, un ricordo che non vuole finire […] il ricordo di una vita mancata”. Con questo libro, finalmente, parlano, libere. Senza giudizio, né pregiudizio “sono stata soltanto una stella diversa […] mi chiamavo Vittoria, ma il mio nome adesso non serve”. Dalla bambina che subisce gli abusi paterni e si perde fino al punto di volersi ritrovare, ma la società le nega il riscatto, alla professoressa di lettere, usata da un amore senza futuro, che non riusciva ad accettare, e che adesso gioisce della solitudine mentre resta “davanti a un vetro rigato di lacrime, sola. Sola sull’isola”; con le gocce di pioggia a svelarle il “lontano segreto” checi confiderà: “il mio amore perduto. Lo nascondo in silenzio in quest’aria di vetro”. 

Il lettore amerà particolarmente le figlie-Donne di questo libro. Sono descritte con una dolcezza che solo uno scrittore di consumata capacità ed evidente empatia sa fare. Amelia rimane nel cuore. Commuove. Costringe a chiudere per un attimo il libro e a rimanere in silenzio. Come si fa con chi si ama, quando null’altro che una carezza può dimostrare tutto l’affetto che si prova. Perché le parole, a volte, non servono, come lei stessa confida “anche senza parole si riesce a vivere, pensare, sentire, e sognare”.  E Lilith, una Donna che si perde per amore del suo Viktor rinchiuso a San Servolo solo “perché era disperato”. Una Donna capace di tradire il suo unico amore, per poterlo ritrovare in eterno. La stessa Isola diventa un’entità femminile, alla stregua di Niobe. 

È figlia? È madre? È un ventre che accoglie, dà rifugio, protegge come una Madre che mai giudica, cui tornare nei momenti di black-out. È lei che ammonisce “di non ragionare alla solita maniera”, altrimenti si ascolterà solo la storia di un’isola in mezzo al mare e ci insegna a lasciarci andare per comprendere. Sembra quasi che per scrivere delle Donne, Steiner abbia usato una piuma d’altri tempi, cadendo leggero su quelle esistenze negate, perse e mai ritrovate. Incomprese. 

Pagine poetiche. La cui cifra lirica è così intensa, da costringere il lettore a fermarsi per tirare le fila di quanto viene evocato dallo scrittore. Si potrebbero estrapolare infinite poesie compiute dalla narrazione.

Una scrittura fluida, accessibile, rende piacevole la lettura di tematiche dure. La delicata penna di Marco Steiner tratta con levità e dimestichezza letteraria un argomento pesante come un macigno, riuscendo, in alcuni tratti, anche a strappare qualche sorriso al lettore. Accade conoscendo Rico e le sue scimmie. Una storia che sembra scritta da uno scugnizzo, la caratterizzazione della persona è così vivida che cambia passo e cifra al libro, rendendolo accattivante e donando un brio che alleggerisce, per un frangente, la tensione dei dolori fino a quel punto narrati. La storia di Rico è la battuta dell’amico che ti fa ridere, mentre ti parla dei suoi guai. 

Un libro che suscita molteplici spunti di riflessione. La cui lettura non può essere intensiva, perché le voci hanno tanti toni, devono essere ascoltate con attenzione, non devono sovrapporsi. Il canto finale sarà corale, ma i dialoghi devono restare un vis-a-vis con ciascuno.

Non aspettatevi un libro triste. A dispetto della tematica, Isole di ordinaria follia, non lo è. È un libro a colori forti, tinte vivaci; della vivacità della tanta vita che contiene. Un libro che insegna che la libertà non è una concessione, è dentro di noi. 

Il lettore arriva all’Isola da visitatore, e la saluta da amico. Nell’illuminante postfazione, a mani dello psicologo e psicoterapeuta Antonio Dragonetto, coautore, ne troviamo la ragione: “Questo libro è un libro d’incontri”. Vi s’incontra l’ordinaria follia. Quella che ogni giorno ci frastorna al punto tale che ci “spezza la mente”, creando una crepa invisibile nell’”ineccepibile normalità”. Il binomio conflittuale di matrice pirandelliana che oppone persona a personaggio sembra affacciarsi tra le righe di questo libro. Il personaggio è colui che tutti vedono, integrato nelle convenzioni, nella ritualità sociale, colui che definiamo normale, che giudica la normalità, la classifica. Con la convinzione di esserle coincidente, sussume la persona e la rende tragicamente invisibile, annullandola. Fin quando la persona avvertirà il disagio e cercherà di uscire, rivelandosi diversa allo sguardo e al metro altrui, tornerà autentica e sarà fuori contesto, come tale da esiliare. 

Quante persone, ogni giorno, inviamo a San Servolo. Quanto mare tra noi e chi siamo davvero, quanto tra noi e l’isola più vicina.

Vale la pena sorseggiare anche queste pagine conclusive, lasciarle decantare. Non sorprenda il paragone con un buon nettare, perché le emozioni, come il vino, inebriano e stordiscono, per metterle in ordine ci vuole tempo. 

La posta in palio val bene l’attesa, poiché aprendosi a questo libro, accogliendolo, si può ritrovar se stessi. Dopo aver fatto questo viaggio, non si potrà più guardare come prima noi e chi è rimasto là.

Regalatevi questo libro, vi farà bene. Anche per rievocare una parte importante di storia e cultura italiana. Poi #civediamotralerighe

TITOLO: Isole di ordinaria follia, AUTORE: Marco Steiner, POSTFAZIONE A CURA DI: Antonio Dragonetto, FOTOGRAFIE: Gianni Berengo Gardin, Marco D’anna, EDITORE: Marcianum Press: PAGG: 111, acquistabile sul sito dell’editore qui.

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