LIBRI RECENSIONI

L’ODORE DELL’INDIA. Il libro con cui Pasolini conobbe e raccontò l’India nel 1960

10 Febbraio 2020

60 anni fa, Pasolini scopriva l’India. “L’odore dell’India” ci racconta tutte le sue sensazioni e i sei mesi trascorsi nel percorrerla.

Non finirei mai di leggere Pasolini e di Pasolini. Questo è l’ultimo suo libro che ho letto. Nasce, in realtà, come un diario del viaggio che lo scrittore e regista fece con Alberto Moravia ed Elsa Morante, suoi fedeli amici e scrittori altrettanto illustri.

Pasolini, tornato a Roma, tra il 1960 e il 1961, pubblica sul quotidiano “Giorno” una serie di articoli, che poi diventeranno questo libro, nel 1962, per Longanesi Editore. Il testo si articola in sei capitoli e in due appendici, mentre gli articoli erano stati pubblicati, ciascuno col proprio titolo, tra il febbraio e il marzo ’61.

E’ un libro breve, ma intriso di sensazioni e pensieri. Immaginiamo un uomo e scrittore dalla sensibilità e dalle vorace curiosità come fu Pasolini, e possiamo capire fino in fondo l’intensità di tutto quello che portò via da quel Paese così arretrato eppure così ancora straordinariamente umano quale era l’India del 1960. 

La brama pasoliniana di conoscere lo straniero, la necessità di comprendere il diverso e le fasce più umili hanno trovato anche in India un terreno molto fertile. Le sue considerazioni  ci hanno lasciato comprendere, una volta di più, la sua filosofia e la sua poetica, ciò che le animava e significava dal profondo. L’amore di Pasolini per i lati più miseri, più reietti  dell’umanità è stato ricambiato dalla terra indiana in modo sublime, dandogli delle lezioni fondamentali che poi avrebbero pervaso anche la sua arte successiva.

Le tematiche affrontate nel libro sono null’altro che i pensieri che questo “corpo a corpo” con l’India suscitava man, mano in lui. Lo definisco un corpo a corpo perché leggendo il libro è questa la sensazione che se ne ricava. È la sensazione di toccare l’India, di assaggiarla, di ascoltare i suoi suoni e suoi rumori, ma anche di mescolarsi tra la sua gente mista e sentirsi parte di un gigantesco caleidoscopio umano; di annusarne i profumi o essere travolti dei suoi densi e, a volte, acri, penetranti odori.

Gli odori che impregnano l’India, salendo dai corpi bruciati a Varanasi, che salgono dalle fognature a cielo aperto fuori delle catapecchie in cui gli indiani vivono e che usano come latrine, accucciandosi semplicemente per orinare, ma anche gli effluvi profumati e non delle persone, dei loro unguenti, dei loro oli, i colori inaspettati dei suoi fiumi, delle sue acque. Il profumo duro e arido della sua terra. Pasolini percorre in auto l’India, in compagnia degli amici scrittori e così la carpisce e se ne lascia pervadere. 

La studia, lascia che sia lei a presentarle i suoi lati più autentici. Le sue persone, vestite di asciugamani, di pezze candide come sporchissime. Lascia che siano i suoi giovani e le sue tante etnie e religioni a trovarlo e ad accompagnarlo in questo viaggio durante il quale si mette in ascolto. 

Ci descrive così, in modo minuzioso e realista le piccole, come le grandi metropoli indiane; con il loro brulicare umano, Le casupole colorate, mezze diroccate, incomplete, ma anche i luoghi bene della città. Quelli lussuosi, di quel lusso europeo coloniale, in cui vive la borghesia nascente che ha iniziato lì, come in Italia, a corrompere la semplicità e la spontaneità degli indiani, come degli italiani.

L’incontro di Pasolini con l’India è una storia sensuale, nel senso proprio del termine. Un esperienza sensoriale. 

Pasolini ha amato l’India e questo amore si percepisce nel suo libro, la dolcezza con cui descriverà, fin dall’inizio, gli indiani, come i primi due ragazzi indù e muslim, Sardar e Sundar, che incontrerà. Questo approccio gli sarà viatico, come lui stesso sottolinea, per tutto il viaggio. Nel salutarli si definirà

commosso come uno scemo”, ammettendo che “qualcosa è già cominciato” all’inizio di quel primo giorno di viaggio. 

La prima tematica importante che lo scrittore affronta è quella della religione. Si sofferma infatti sul pensiero che in India non esiste una religione di Stato, scoprendo quante religioni coesistono pacificamente e normalmente in India. Dirà infatti

per la prima volta, ho avuto l’impressione che il cattolicesimo non coincida col mondo. Mi sono chiesto allora, per la prima volta in maniera urgente, da che cosa fosse riempito questo immenso mondo, questo subcontinente di quattrocento milioni di anime (…) era troppo poco tempo che mi trovavo in India, per trovare qualcosa da sostituire alla mia abitudine alla religione di Stato”. Dirà, come una scoperta folgorante e con un’immagine vivida e potente: “la libertà religiosa era una specie di vuoto a cui mi affacciavo con le vertigini”. “Questa condizione di libera scelta religiosa, da una parte dà un senso di gratuità di ogni religione e dall’altra è così ricca di spirito religioso puro”. 

Tra le pagine più belle, quelle che raccontano “La Storia di Revi”. Oltre ad essere il capitolo in cui Pasolini parla dell’incontro con Suor Teresa, Madre Teresa di Calcutta, tra i lebbrosi e dell’arrivo a Cochin, dove conosce il piccolo Revi. Queste pagine sono di una leggera delicatezza, pagine soavi, che si adattano alla leggerezza e alla delicatezza provata da Pasolini per gli indiani che vi conobbe. Si ha proprio la netta sensazione che lo scrittore scelga in punta di dita le parole da usare. Pagine di letteratura straordinarie, scritte con grande arte. Come sempre, lo scrittore è capace di far rivivere, in chi lo legge, ciò che lui in prima istanza ha vissuto e provato. Molto più aspro il capitolo in cui Pasolini si dedica alla borghesia indiana. La sua repulsa verso questa categoria sociale non muta al di fuori dei confini dell’Italia. Dura anche la critica alla situazione castale, il pensiero sui politici indiani, sul loro modo di gestire la cosa pubblica. Lo scrittore ne parla con la schiettezza e con la lucida, tagliente capacità già usata per i politici e la società italiana. 

Insomma un libro molto scorrevole, che regala il senso della scoperta di questo immenso, variopinto e variegato Paese che è l’India. Oggi come oggi, che il mondo indiano, come qualsiasi altro, non sono più da scoprire, il senso di leggere questo libro è quello di ripercorre e confrontare la Storia. Non solo italiana, indiana, ma anche mondiale. Attraverso le considerazioni sulla politica e sulla cultura e costumi indiani descritti da Pasolini si ha un quadro di quanto alcune tematiche siano cambiate e quanto altre siano rimaste immutate. Leggere oggi “L’odore dell’India”, significa anche comprendere una volta di più, senza il conflitto di interessi che si porta dietro l’essere italiani che leggono di sé stessi, dovendone accettare i propri lati oscuri, quanto la voce pasoliniana fosse distante da quello che la stampa e gli avversari dello scrittore vollero dare come immagine di lui. Significa capire, lucidamente, come la sua immagine e la sua poetica, di raro valore, furono sporcate proprio per la paura che portassero a un cambiamento radicale della mentalità strettamente provinciale del tempo. Capire in modo definitivo che Pasolini aveva una filosofia personale che lo guidava nell’interpretare la realtà, che poi restituiva infondendola nella sua arte, fosse questa il cinema o la scrittura.

Leggere “L’Odore dell’India” oggi, rende giustizia al fatto che Pasolini non si identificava con quello che scriveva, era un intellettuale aperto, rigoroso nelle sue analisi e il suo amore per il realismo era così radicato in lui da renderlo un estremista della verità, di cui cercò di essere sempre umile e trasparente servitore

Sono le prime ore della mia presenza in India, e io non so dominare la bestia assetata chiusa dentro di me, come in una gabbia. Persuado Moravia a fare almeno due passi fuori dell’albergo, e rispiare un po’ d’aria della prima notte indiana”. 

Leggerete con interesse avido le passeggiate di Pasolini attraverso le città indiane che lui definisce come “morte, intatte, con le architetture pure”. 

Una descrizione carnale di questo paese dal quale si definirà così affascinato da “provare un trasporto quasi sessuale”. Così profondamente lo colpirà la bellezza di Agra, con la sua moschea, i suoi mattoni rossicci, i ghirigori del marmo, delle fontane. 

Un libro, forse meno conosciuto, ma molto significativo per chi vuole scoprire il pensiero e la sensibilità di Pier Paolo Pasolini e il suo modo di percepire e amare la realtà. Ovunque essa accada. 

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