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INTERVISTA A MARTINA TESTA, traduttrice. Tre domande su David Foster Wallace

31 Agosto 2020

Quasi un anno fa, a Roma, in occasione della presentazione di uno dei saggi dello scrittore Emiliano Ventura dedicato a David Foster Wallace, titolato David Foster Wallace. La cometa che passa rasoterra (che vi consiglio di leggere se amate DFW e volete approfondire la letteratura le tematiche) ho avuto la fortuna di conoscere e intervistare Martina Testa, intervenuta per la presentazione. Ne ho approfittato, e lei gentilissima lo ha accettato, per farle tre domande per il Blog sul suo rapporto con l’eclettico scrittore, sia professionale, essendone stata la traduttrice di diversi libri, sia come uomo, visto che ha avuto molto a che fare con lui a motivo delle traduzioni. Lei stessa ha raccontato in altre occasioni che per DFW le traduzioni erano sempre momenti delicati nei quali mostrava tutto il timore che la trasposizione in altra lingua potesse deviare, modificare il suo messaggio, rendendolo meno efficace. La bravura di Martina Testa (chiunque abbia letto i libri di Wallace tradotti da lei se ne rende conto), ha sempre fugato le sue paure, permettendo non solo di stare tranquillo a Wallace, che riconobbe la sua bravura apertamente, ma anche a noi di godere dei suoi libri con la sicurezza che fossero in tutto e per tutto fedeli al suo linguaggio. Del resto, Martina si dichiara innanzitutto una sua accanita fan, e posso solo immaginare, dopo averla incontrata, con che serietà, passione e dedizione abbia affrontato la traduzione dei testi di quello che ancora oggi definisce come un idolo indiscusso. La ringrazio ancora per la chiacchierata avuta e per avermi permesso di conoscere attraverso le sue parole dirette, le sue espressioni, le sue grandissime professionalità e preparazione DFW che, più tempo passa, più diviene per me uno dei miei scrittori preferiti paragonabile, nella passione e nell’interesse con cui lo leggo, solo a Pier Paolo Pasolini (trovi alcuni articoli nel blog qui, qui). Li accomuna, nella mia ammirazione, il rammarico, enorme, di non averli potuti seguire compiutamente. L’uno per motivi anagrafici, l’altro per motivi logistici, in quanto le sue opere sono arrivate in Italia tardi rispetto alla esigua, e mai rimpianta abbastanza, lunghezza della sua vita. Vi lascio quindi all’intervista a Martina Testa che, sono certa, vi piacerà.

DAVID FOSTER WALLACE

MPL Che tipo di persona era, al di fuori della professione di scrittore, David Foster Wallace, per quanto tu hai potuto conoscerlo?

M.T. Era disponibile, chiacchierava molto, era uno disposto verso il mondo, non ostile, né chiuso in sé stesso come si potrebbe immaginare vista la sua fine, non era uno che rifiutava il contatto con le persone, o le rifuggiva. Per lui la comunicazione con le persone era molto importante. Era un uomo che, almeno per il periodo che io ho avuto a che fare con le sue opere, non ha mai avuto a che fare con la depressione. Io non ho mai avuto sentore che avesse già avuto dei problemi in passato, né che sarebbe finito nel modo in cui poi è andata. 

Seppi quel che gli era successo il giorno dopo, mentre ero a una festa a casa di un’altro scrittore, proprio mentre ero in America anche io. Me lo disse una mia amica agente letteraria e per me fu un fulmine a ciel sereno, del tutto inaspettato. Perché io l’avevo visto l’ultima volta a Capri, con la moglie in vacanza, sorridente e normale, solo un anno, forse un anno e mezzo prima.  Ad esempio, nei racconti de La ragazza dai capelli strani, non c’è la depressione tra i temi raccontati. Ne parla, invece, in modo lucido, in un altro racconto, Il Pianeta Trillafon in relazione alla Cosa Brutta, un racconto profondo e struggente scritto nel 1985, pubblicato nel 1987 sull’«Amherst Review» e in Italia edito in Questa è l’acqua, dove racconta in prima persona dell’abisso provato su di sé della depressione. Uno scritto giovanile uscito postumo.

Fu traumatico per me e soprattutto inconcepibile pensare di non poter mai più leggere qualcosa di suo. Non tanto tradurlo, perché nel frattempo come editore italiano era passato da Minimum Fax a Einaudi, ma non poter più avere qualcosa di suo da leggere. Fu per me molto doloroso e sconcertante. Abbiamo perso tutti qualcosa, perché aveva una testa davvero grandiosa e non so come avrebbe interpretato il mondo dieci anni dopo.

MPL Leggendo un Autore, e quindi anche DFW, si riesce a capire il modo in cui ragiona, come la pensa su alcuni temi. Lo hai anticipato, ma in effetti è forte il desiderio di sapere cosa avrebbe detto di un mondo così. Lui che riusciva a parlare di ciò che la società viveva.

M.T. Nel libro David Foster Wallace. La cometa che passa rasoterra di Emiliano Ventura, c’è un pezzo in cui Ventura dice che c’è “un momento in cui le persone della sua età (di DFW) si sentono alla fine della loro storia”. Anche leggendo autori come Douglas Coupland, prima di lui, si avverte la stessa sensazione, quindi leggerlo poi in Wallace non mi ha stupita più di tanto, perché nella prima metà degli anni novanta ormai gli scrittori della letteratura americana scrivevano del loro tempo, parlavano della cultura pop, della loro generazione. Noi abbiamo esempi come Calvino o Sciascia, che nella nostra letteratura lo hanno sempre fatto, ma non gli autori americani. Questi autori cominciano a un certo punto a essere sintonizzati sul loro presente storico in presa diretta e quel presente storico era quello immediatamente dopo la caduta del muro di Berlino con il realismo capitalista che cominciava ad arrestarsi e quindi da quel momento in poi sarebbe stato solo dominio del libero mercato, solo capitalismo occidentale. In quella società c’è solo il mercato, c’è la televisione non più le ideologie e quello shock culturale del momento si applica in una delle modalità che, come appunto si ritrova scritto nel libro di E. Ventura David Foster Wallace. La cometa che passa rasoterra in un’espressione molto appropriata: «il logos si riduce a chiacchiera» ovvero, ben prima dei social network, c’è un momento in cui la cultura pop dominante, il chiacchiericcio della televisione, dell’informazione e della cultura totalmente commerciale diventa totalizzante e inizia a fare sì che, improvvisamente, una persona di quell’epoca non aveva più tematiche diversificate come la religione, l’ideologia o la politica. Nella cultura post ideologica di metà anni Novanta, il logos fu improvvisamente svuotato di senso. Arriva e domina quindi il c.d. pensiero debole*, ricorda Ventura, e Wallace lo racconta, sul momento, con una grandissima intensità  (*concetto introdotto in filosofia dai filosofi italiani Gianni Vattimo e Pier Aldo Rovatti fra i massimi esponenti del postmodernismo europeo).

Non so come avrebbe definito il problema dell’autodebordanza verso l’esterno. Lui che era così self conscious, lui che rifletteva costantemente su se stesso. Rifletteva molto sul fatto se quando faceva una cosa, la faceva per farsi vedere dagli altri o perché si agisce sempre indipendentemente da loro. Si poneva la domanda: agisco perché ho di fronte lo sguardo degli altri o perché ho solo il mio davanti? Agisco davvero liberamente senza che sia condizionato dalle coscienze altrui? Questo tipo di considerazioni e domande che lui faceva costantemente nell’epoca dei social network non so come l’avrebbe considerata…beh, forse è meglio che non l’ha vista.

MPL Dove hai ritrovato quel modo di scrivere di Wallace o le stesse tematiche, in scrittori americani o anche italiani?

M.T. Non nello stile, ma nel modo di raccontare la cultura del momento Wallace è accomunabile a scrittori come Don De Lillo, Thomas Pynchon, insomma gli scrittori post moderni degli anni 60-70 americani che, già anche prima di lui, hanno raccontato la loro contemporaneità. Nello stile, forse, c’è anche un accostamento per l’uso di frasi complicate, massimaliste. Se riteniamo che David Foster Wallace abbia lasciato un’eredità, invece, sicuramente l’ha lasciata nella non-fiction, dove lui è secondo me eccezionale e nella scrittura dei «reportage» in prima persona. Dove per reportage di Wallace si deve sempre intendere non la stesura classica, bensì, come lui stesso dice, una narrazione che inserisce elementi inventati o esagerazioni (ad. es. il reportage dalla fiera del bestiame, oltre al notissimo Una cosa divertente che non farò mai più recensito anche qui nel blog, reportage da una crociera extralusso). Tantissimi, poi, hanno cominciato a interessarsi allo scrivere in quel modo. Il reportage alla Wallace è diventato un vero e proprio genere letterario. Nel genere reportage lui inserisce una prima persona fortissima che è “il mio sguardo”, quello che “io vedo”, come il mio cervello organizza queste informazioni, i collegamenti che faccio, le metafore che uso, e poi ad alcuni personaggi lui attribuisce uno spessore di romanzo e con la vivacità letteraria che lui riesce a mettere nelle frasi il reportage diventa molto di più. In questa operazione qui, che è anche molto difficile fare senza diventare un mitomane che vede e descrive un mondo falsato dalla sua sensibilità, riesce anche a trovare della verità che non è quella fattuale pura e semplice, ma che comunica comunque qualcosa. Nel reportage dalla Fiera del Bestiame, i fatti più banali come andare a vedere la migliore mucca, lui li descrive in modo letterario, colorato, ma si chiede il motivo per cui le persone che vivono in un posto dell’Illinois dove non c’è niente, non succede niente, la gente lavora la terra e si dedica all’allevamento, andare alla fiera del bestiame è come andare in vacanza, perché certo non sono persone che vanno in vacanza ai Caraibi. Ma come è essere quelle persone? Cosa provano? E’ questa la domanda che si fa David Foster Wallace e che lo rende diverso, unico. Poi nel raccontare i fatti racconta si, la verità, ma riesce a trovare nel reporting una vena letteraria. Quindi un racconto scevro da una natura narcisista nel quale si descrive dal proprio punto di vista un evento, bensì una letteratura che sa trasferire un messaggio che sia personale, ma non autoreferenziale. Quanto agli scrittori italiani in rapporto a Wallace, penso a Edoardo Nesi. Trovo, e ho sempre trovato, che nei romanzi che scrisse dopo aver tradotto Infinite Jest, la sua prosa risente molto dell’esperienza fatta con la traduzione. Lo scambio in letteratura si avverte ed è bellissimo quando accade.

PiGi

Martina Testa, è nata a Romae ha lavorato per molti anni come redattrice, traduttrice e direttore editoriale di minimum fax. Ha tradotto una quarantina di libri dall’inglese americano, per minimum fax e altre case editrici con autori statunitensi; le numerose opere tradotte sono di autori autorevoli fra cui David Foster Wallace, Jonathan Lethem, Cormac McCarthy, Zadie Smith, Aimee Bende, Jennifer Egan, Kurt Vonnegut.

Nel 2009 ha vinto il Premio Nazionale per la Traduzione.
Insieme a Marco Cassini ha curato l’antologia Burned Children of America (minimum fax, 2001) e l’edizione italiana del Futuro Dizionario d’America (ISBN edizioni, 2006).

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