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BORGO SUD di Donatella Di Pietrantonio. Così l’Arminuta entra nella tradizione illustre dei romanzi che vivisezionano la famiglia

30 Dicembre 2020

Tra le mie letture di fine anno, c’è stato BORGO SUD, l’ultimo uscito di Donatella di Pietrantonio.

La Di Pietrantonio affronta una tema molto caro a scrittori illustri, italiani e non, contemporanei e classici: la famiglia. Un tipo di famiglia disfunzionale, il territorio di appartenenza non solo in grande, l’Abruzzo, ma anche in piccolo, il microcosmo che la casa rappresenta per ogni nucleo familiare, come ci ha insegnato il grande Vasco Pratolini nell’autobiografico Cronaca Familiare, dove i due fratelli che vivono la loro infanzia separati, uno ‘ceduto’ a un Barone alla morte della madre, e l’altro nella famiglia di origine, sono come due estranei fino alla fine, quando si ritrovano e parlano. Molto ricordano dei due, le sorti di Adriana e l’ Arminuta, che si ritrovano in una notte quando Adriana compare davanti alla porta di casa della sorella. Ma c’è anche la famiglia come luogo di ombre, di cuore nero, di sentimenti feroci e crudeli, che si alternano in destini capaci di disgregare il nucleo stesso, come accade nel magistrale L’urlo e il furore di Faulkner, dove la Caddy (Candice) che è voce narrante per tutto il lungo e complesso romanzo, come la nostra Arminuta che si distrae solo per stringati, ma densi dialoghi con gli altri personaggi, si avvicina molto alla nostra Adriana, così travolgente, ribelle, immersa eppure nemica delle tradizioni, capace di sconvolgerle senza però distaccarsene mai, che è il ritratto della vita come scrive l’autrice e che, come Caddy, ha un figlio che chiama con lo stesso nome di uno zio scomparso, Vincenzo, quell’ombra di dolore che assorbirà per tutta la vita gli affetti della madre, al punto da renderla, per le due figlie, anaffettiva.

Adriana era uscita in terrazza con l’abito che aveva indossato al matrimonio della settimana avanti. La brezza glielo muoveva a onde dai fianchi in giù, un lembo di mare. Allacciato al collo della madre, Vincenzo nudo cercava di staccare una conchiglia dal corpetto. Erano il ritratto dell’estate, della vita.

Il libro è un colpo al cuore, arriva dritto, senza sconti, con una scrittura pulita, leale, senza ridondanza, a tratti spietata nella sua verità. 

Donatella Di Pietrantonio tratta i suoi lettori da adulti; non indora la pillola, non usa mezzi termini e non si tira mai indietro dopo aver descritto il dolore e i lati oscuri dell’animo umano. Lo fa con una scrittura che non rimedia mai allo squarcio creato nelle emozioni di chi legge. Rimane se stessa, fino alla fine. Limpida, chiara, evocativa. 

La scrittura di questa Autrice è matura, senza i ghirigori delle mode narrative che purtroppo affliggono ormai molte delle produzioni attuali. Il lessico è realismo puro, non c’è compromesso, se non con qualche parola dialettale, cui la Di Pietrantonio affida le atmosfere più intime e i sentimenti con più intensità da comunicare senza alcuna mediazione, per tirare dentro il lettore e condurlo nella storia senza convenevoli. A volte il legame familiare è rafforzato dal linguaggio, e quando la scrittrice fa ricorso al dialetto pescarese ricorda quel concetto di famiglia come luogo di parole, come lingua, che distingue la compagine dal mondo esterno di ginzburghiana memoria..

A volte questo genere di scrittura così sincopato, mi ha ricordato Erri De Luca, quel ritmo contratto della frase, che “non è più lunga di un respiro”, come dice l’Autore napoletano di sé stesso. Anche la tensione di Borgo Sud passa per una narrazione tesa, veloce che, dove deve farlo, non lascia spazio a riflessione, dove invece rallenta e si placa è per lasciare spazio alle emozioni di chi legge. 

Allo stesso modo fa, ed è pregevole, l’alternanza serrata tra presente e passato, in quella analessi insieme ai rapidi flashback che spiegano il perché del presente e che sono resi con una capacità magistrale, che mai confonde il lettore. Il lettore non si perde, e attraversa la vita dei personaggi con il ritmo incalzante che la scrittrice imprime alle pagine, una dopo l’altra. La Di Pietrantonio scrive con padronanza, e si vede.

Le due donne protagoniste, l’Arminuta e sua sorella Adriana, l’una il negativo dell’altra, ma insieme la stessa famiglia, lo stesso sangue, ognuna vive il suo passato e interpreta il suo destino, opponendosi o no alla famiglia di origine secondo il proprio carattere sono, in fondo, “due scappate di casa” come le definisce la scrittrice nella storia.

Una madre anaffettiva, i comportamenti insani appresi per osmosi, ripetuti e interpretati, ognuna a suo modo, ciascuna nel proprio rapporto sentimentale. Il senso di oppressione che serpeggia per via di una sentenza materna, una maledizione, che non si può sfuggire al proprio destino, e questa ombra aleggia sulla vita di Adriana e tutto ciò che le accadrà durante la storia; il lasciarsi e prendersi, di Adriana e sua sorella ma anche di Adriana e Rafael, l’allontanarsi per poi ritornare, il non lasciare per paura come con Piero, sono le pulsioni che caratterizzano i rapporti vissuti dalle due donne adulte. 

Avevo paura della maledizione. Erano solo vecchie superstizioni, pensiero magico e ignoranza, cercavo di rassicurarmi, ma avevo paura per lei

La viscerale appartenenza al proprio territorio di origine che serpeggia nella vita di una e che domina quella dell’altra che cerca di espellerla dalla propria esistenza.

Adriana è come se ci fosse nata al Borgo. Le ho proposto a volte di trasferirsi in un appartamento più. comodo, con l’ascensore, la scuola per Vincenzo più vicina. – Tu non capisci – diceva scuotendo la testa. – Quello che teniamo ecco non sta da nessuna parte. 

Donatella di Pietrantonio ci spiega come si reagisce alla famiglia, e alle sue disfunzioni, secondo la propria natura; come la famiglia incide sui rapporti di coppia da adulti, con un romanzo profondo e massiccio nella sua brevità. Una storia fitta di emozioni e di immagini.

Un bel romanzo, una storia esistenziale che scava e mette le mani nell’anima del lettore, condotto con immediatezza narrativa tra le pieghe aspre della vita, delle sorprese che essa riserva. La vita non ci tratta coi guanti, e Donatella Di Pietrantonio ce lo dice, chiara. 

Non so e non posso parlare del fatto che sia un sequel, e sia più o meno buono, rispetto al romanzo che lo ha preceduto, L’ Arminuta, di glorioso successo, perché non l’ho letto e perché mi sembra una polemica inutile.  Ciò che posso dire è che, pur avendolo letto a sé, non ho trovato punti in cui non ho capito di cosa stesse parlando l’autrice, e quindi se ci può essere qualche passaggio legato al precedente, seppur posso non averne colto delle sfumature come avrei potuto fare se avessi avuto la lettura de L’ Arminuta alle spalle, la sensazione generale è che a questo libro non manca proprio niente; letto da solo, non è monco, e può benissimo essere letto senza alcuna dipendenza da chi non ha già letto L’ Arminuta.

Questo libro si ama. Scuote, innamora, avvince, e fa riflettere. Ci si ferma spesso per prendere fiato e spostare lo sguardo lontano, oltre il libro. E questa sensazione rimane, per molto tempo dopo averlo letto. E forse è questo che voleva la sua autrice: donarci uno sguardo lungimirante, sulle cadute umane e sulle, conseguenti, immancabili, risalite, senza giudizio.

È questo che ci regala la lettura di Borgo Sud. 

TITOLO: Borgo Sud, AUTORE: Donatella Di Pietrantonio, EDITORE: Einaudi, PAGINE: 160, PREZZO: 17,10 su IBS.

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