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IL METODO CATALANOTTI. IL COMMISSARIO MONTALBANO DIVENTA UN ANTIEROE

9 Marzo 2021

Il metodo Catalanotti: tanta roba. 

Si chiama coup de théâtre, e quelli ben riusciti li sanno fare i grandi Maestri, come Andrea Camilleri.

Il Metodo Catalanotti è andato in onda ieri sera. Postumo, di autore e regista storico, Alberto Sironi. Ha segnato l’uscita di scena del Commissario Montalbano, personaggio amatissimo ormai da 22 anni. Era un appuntamento atteso. Quest’ultimo episodio di una serie vista e stravista replicata come forse nessun’altra né altri film, ha tolto la parola di bocca a tutti, e a qualcuno può aver ispirato, perfino, qualche mala parola. Certo è che la maestria con cui è stata scritto questo episodio della saga del Commissario, più amato d’Italia di tutti i tempi, è di una perfezione straordinaria. 

Un cerchio che si chiude, in modo inaspettato, inquadrando le debolezze umane del personaggio, come mai prima. L’umanità di Montalbano aveva fatto un timido capolino solo per alcuni dei crimini più efferati o strani che aveva affrontato, ma mai sotto il profilo personale.

Un’omicidio o pseudo tale, in ambiente teatrale, la confessione resa tramite un monologo sul palco a spettatore unico (Montalbano) seduto in una platea deserta, in un momento in cui i teatri sono vuoti da un anno e passa, è stata l’immagine più forte.  

I personaggi chiave dell’episodio, i più significativi, sono tutte donne: il nuovo capo della scientifica, l’ipotetica assassina.

E il rapporto tra nuovo amore (la senile impellenza di prendere l’ultimo bagliore di tornare a sentimenti incandescenti) e vecchio amore (maturo), raccontato con una punta di sadismo, talmente reale da portare alla luce in molte donne quella sensazione nota di rabbia, sopita nel ricordo di qualche interruzione vigliacca di una storia importante subita e ormai archiviata nella cantina dell’anima. Realismo amaro, da ingoiare senza lo zucchero sul cucchiaio. Perché, nella vita, gli uomini si comportano così, capita che ti lascino con un silenzio filtrato da una cornetta e da uno schermo, vili e crudeli. 

La differenza tra questi due personaggi femminili è marcata. Una nuova fiamma, non ancillare; in carriera; che vuole rimanere sola mentre lavora; che durante una dichiarazione d’amore senza senno e solo passione, ribadisce il suo diritto a scegliere, ad avere la vita che vuole lei e a non incarnare una scelta altrui, nel momento altrui. Una donna, che alla fine decide che i suoi sentimenti possono sopraffare le ambizioni seguite fin là, per frutto di una scelta propria, e non di una semplice dichiarazione d’amore. La possibilità di comprendere un lavoro che Livia non aveva mai accettato, tanto da lasciare solo Salvo, nella sua Sicilia. Una decisione mista alla consapevolezza di non poterlo sradicare della sua terra di origine per seguirla in Liguria. Ora la scelta spetta anche ad Antoni, ma i punti di riferimento sono totalmente diversi. 

Dall’altra parte, l’eroe diventa, di colpo, un antieroe. Perde la patina del giusto. Si comporta male, e agisce in modo ribelle all’immagine creata in anni. Camilleri, forse, odiava gli addii. E ci fa disamorare al personaggio, per farci sentire meno la mancanza. E, ricordiamolo, era un uomo spiritoso, un burlone che amava babbiare (scherzare), giocare con i personaggi come sa fare un bravo scrittore, che in cuor suo, magari si sarà anche stancato di avere a che fare con questo uomo perfetto; perché no, pure un po’ noioso.

E così passiamo dall’eroe, all’antieroe verghiano. Lo spettatore non riconosce più Montalbano. E si chiede chi è quell’uomo che di punto in bianco fa una cosa tanto ingiusta alla donna che ha amato fin lì, malgrado le distanze e le difficoltà. Neppure la virtù dell’eroismo di Montalbano regge al contesto della vita reale e ne viene travolta. Il personaggio razionale cede, e sfonda la porta del crudo realismo. L’episodio rimarrà nell’immagine collettiva molto più di tutti gli altri della serie. Difficile dimenticare la faccia di Salvo alla stazione che corre dalla sua amata, lui che fino al giorno prima aveva dovuto sempre raccattare l’amico fimminaro Mimì Augello per riportarlo alla moglie. Una partenza in treno così diversa dalla partenza in pullman di Livia.

All’improvviso tutto è messo in discussione, non è più vero niente. Perché malgrado tutto Mimì Augello è ancora con la moglie, mentre lui ha mollato la fedele e paziente Livia lasciandole dirsi da sola che era finita per sempre. Ma allora prima Montalbano fingeva? Perché illudere tutti di essere perfetto? Chi era allora il vero commissario Montalbano se oggi si comporta così? 

Tutti interrogativi lasciati aperti, perché non vedremo nient’altro di lui. Una narrazione che anche la vita ha aiutato a riuscire alla perfezione, facendo scomparire sia lo scrittore che il regista. Quasi ad esaurire un ciclo. Sconvolgente realismo. 

Mentre tu ti accomodi e ti appresti a godere per l’ultima volta a pieno dello spettacolo rassicurante che hai sempre amato, succede l’impensabile. Il tuo eroe ti tradisce. E lo fa malamente, nel peggiore dei modi. Con vigliaccheria verso una donna, quella di sempre, e senza sensi di colpa, né tentennamenti. Un doppio tradimento in piena regola. Cosa c’è di più sorprendete e malefico?

Quante volte sono passate sotto gli occhi di Andrea Camilleri le vicende degli eroi greci e le debolezze dei personaggi di Verga? Qui ritornano, dominate alla perfezione dalla sua penna.

Torna al teatro, anche in Montalbano che finora era rimasto distinto, a sé. Adesso le due cose si incrociano, come in un personale addio intrecciato; simultaneo. Il teatro è il primo amore mai abbandonato da Camilleri, gli ha dedicato tutta la sua vita anche di docenza, la mescolanza tra finzione e realtà. Tutto ciò che si vede sul palco è finto, ma non falso. Ed è quello che accade nell’episodio, che a tratti, sembra assumere linee perfino surreali. Ci si chiede in più punti, se quello che si sta vedendo è davvero reale o alla fine ci sveglieremo dall’incubo.  Il metodo Catalanotti è quello del protagonista. Il regista teatrale che fino alla fine si crederà essere stato assassinato e che invece è morto per cause accidentali, per un infarto. Un metodo al limite della manipolazione con cui convinceva i suoi attori che per recitare bene dovessero davvero provare le sensazioni fisiche dei protagonisti in scena, così come lui, per morire doveva provare di morire. Sperimentatore di un metodo di recitazione traumatico.

Così noi, che potremmo essere stati indotti a pensare per 20 anni che Montalbano fosse un uomo serio e innamorato senza fine di Livia, che invece scarica con una telefonata muta, senza spiegazioni. 

Un maestro, che dimostra tutto il suo essere stato figlio di Pirandello, e Sciascia. E lo fa in un colpo solo. Così, come acqua che raggiunge la riva, in modo naturale. 

Due pecche, che esulano dal lavoro dell’Autore: l’interpretazione e i tempi cinematografici. 

La prima troppo caricaturale. Va bene la mutazione del personaggio, ma così si stentava anche a riconoscerlo. Poteva essere chiunque, mentre trovarsi di fronte a una certa così enorme, malgrado fatta con viltà verso la compagna di sempre, non poteva non comportare un dissidio, anche se non sofferissimo nel personaggio che non si è percepito. 

Gli altri, troppo repentini nel presentare il cambiamento. Ma chissà, se non fosse stato così, forse non avrebbe avuto neppure l’effetto dirompente che ha avuto. 

Fatto sta che la programmazione ha lasciato una forte sensazione di smarrimento. E il fatto che fosse un commiato, reca con sé il non poter avere più spiegazioni, non potere contare su un’altro episodio che conforti che acuiscono il senso di solitudine, disorientamento. Nient’altro che una prova della bravura dello scrittore siciliano. 

Cercare il libro, ora è un obbligo. Per leggere quella telefonata di Livia. Per toccare con mano, come il Maestro abbia saputo rendere quel silenzio duro del Commissario. Per capire il momento in cui siamo passati dall’amore, alla repulsa per Montalbano.

Un coup de théâtre, dicevo prima, tra i meglio riusciti nel parlare dei due temi sondati spesso da Camilleri, la forza del teatro e dell’amore. 

Metateatro, fiction, vita reale ci introducono, in un modo che non poteva essere più vivido di così dato il momento che viviamo, nella consapevolezza che tutto può cambiare; che non ci sono certezze definitive; che non c’è un solo punto di vista da cui guardare le cose. Verità, e simulazione, l’amore che ha due facce, quello della passione e quello del menefreghismo. Scene struggenti che si alternano a momenti di naturale tragicomicità e un eroe che diventa umano, scende dal piedistallo di sua spontanea volontà, rinuncia a tutto per vivere ciò che desidera, liberamente. Un personaggio che assume finalmente le debolezze umane, lasciando a terra la carcassa della perfezione. 

Un’uscita di scena coi fiocchi, piena di significati e di capacità narrativa. Evocativa, metaforica, vista a posteriori: perfetta. Un modo per far morire un personaggio, senza farlo morire del tutto. 

Rimarrebbero ancora due storie scritte, ma sinceramente, dopo un finale così, tutto il resto, se seguisse, sarebbe solo noia. 

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