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Pier Paolo Pasolini: un ricordo e un tributo a 46 anni dalla sua feroce scomparsa

2 Novembre 2021

A casa mia, per Pasolini, si piange. Da sempre. Da quando sono piccola, il suo nome è accompagnato, nei racconti di mia madre su chi fosse, da pianti. Non è commozione, è rabbia. 
Oggi, 2 novembre 2021, sono trascorsi 46 anni dalla sua fine, da un massacro rimasto impunito, perché i processi per il suo crudele, feroce, “utile” assassinio non hanno condotto neppure lontanamente a un barlume di verità, malgrado condanne risibili e indiziarie frutto di ritrattazioni, prove artefatte o mai cercate, illustri perizie medico legali ignorate e personaggi rimasti ambigui fino alla loro morte. La sua immagine è stata (lo è stata davvero?) riabilitata in modo flebile, diciamo impercettibile, e le sue opere sono ancora, in gran parte, esiliate dal panorama letterario, perché ancora, drammaticamente e inesorabilmente, scomode. Pasolini non è neppure nei programmi scolastici di letteratura. 


Lui che è stato poeta, saggista, scrittore, sceneggiatore, una creatura letteraria.
PPP è stato l’unico imputato della propria morte, nella storia giudiziaria italiana. Una sorte che capitò solo a lui. La denigrazione della sua immagine arrivò al punto di coniare un insulto ad hoc per mano di Gianna Preda, giornalista di sponda destrorsa: sei un PASOLINIDE, significava negli anni 60/70 fin , invertito, un essere da cancellare, socialmente riprovevole. 


Pasolini subì 80 processi. Ricevette, contro le sue opere, una notifica o un atto giudiziario ogni giorno per 15 anni. Tutti i processi finirono con archiviazione e assoluzione. Alcuni gli sopravvissero, estinguendosi solo per morte del reo. Una persecuzione senza precedenti, che per fortuna rimase un unicum, quantomeno verso un artista. Fu spiato dai servizi segreti italiani che avevano un fascicolo su di lui, fu picchiato, aggredito, ridicolizzato allo scopo di minare la credibilità delle denunce politiche e socio-culturali che ne distinsero l’opera intellettuale. Ebbe pochi amici, i più cari: Moravia, Morante, Betti, Siciliano, Callas, Fallaci.

L’opera costante di denigrazione colpiva la sua persona, per distruggere la sua voce letteraria e giornalistica. Era un diverso, un essere abietto come tale doveva essere fermato. Ad ogni costo. Cercava verità pericolose, al punto di morirne. A distanza di quasi 50 anni aveva saputo comprendere dove saremmo arrivati. Stiamo proprio là, dove lui aveva detto.

Profeta che manca, mente fervida, brillante, penna acuta, libera, che sferzava verità che non possono essere dette; poeta e Uomo dall’anima incredibilmente fragile.

La caratura delle cose che hai urlato è perenne. Ma tu, come le cose belle, sei stato effimero. Troppo.

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